Il trionfo della tecno-scienza

Il rapporto tra scienza e politica è una significativa chiave di lettura della crisi scaturita dalla pandemia di Covid-19 che consente di riflettere, quanto meno, su due questioni di rilievo. Una prima questione si può formulare in termini molto netti: chiudere tutto è stata una decisione molto più semplice (sebbene non priva di difficoltà) di quanto sembra essere la scelta sui tempi e sulle modalità della riapertura. Il sapere scientifico ai più alti livelli, infatti, di fronte all’esplosione della pandemia, e consapevole del carattere provvisorio di qualsiasi valutazione basata sui dati contingenti, si è fatto ispirare dal principio di precauzione, mostrandosi, dunque, pressoché monolitico agli occhi del decisore politico. Di fronte a un’indicazione così netta degli esperti, chi era chiamato a decidere si è limitato a ratificare una presa di posizione tecnico-scientifica. D’altra parte, tutte le (apparenti) decisioni successive che hanno condotto ad una progressiva chiusura delle attività sociali e produttive sono state presentate come conseguenza delle indicazioni del comitato tecnico-scientifico. In altre parole, al di là delle apparenze, delle conferenze stampa notturne, delle dirette Facebook lanciate con la solennità dei discorsi alla nazione, il decisore politico è stato eterodiretto da un potere-sapere di natura tecnica.

Nel programmare la fase 2, il decisore si trova però di fronte a una situazione più complicata perché il sapere scientifico formula una pluralità di ipotesi, e quindi di opzioni, in base agli scenari che riesce a immaginare. Si veda, come esempio di tale imbarazzo, la dichiarazione del ministro degli affari regionali e delle autonomie Francesco Boccia, rilasciata lo scorso 13 aprile al Corriere della Sera: «Chiedo alla comunità scientifica, senza polemica, di darci certezze inconfutabili e non tre o quattro opzioni per ogni tema». Non è necessario scomodare la Logica della scoperta scientifica di Karl Popper per apprendere che le acquisizioni scientifiche, in quanto frutto di sperimentazioni e ipotesi, non sono mai definitive e inconfutabili. Inoltre, lo stesso principio di precauzione, quando si tratta di programmare una riapertura, si presta a molteplici traduzioni pratiche che sono di numero superiore a quelle che lo stesso principio ha ispirato nella fase di chiusura. Ebbene, cosa fa il decisore politico di fronte a questa pluralità di opzioni e, dunque, alla difficoltà di decidere? Pensa di ampliare a dismisura il numero di comitati, task force, consulenti. Istituisce, quindi, un elefantiaco apparato comitologico che, di fatto, moltiplica esponenzialmente il ventaglio delle variabili e delle opzioni sul campo, corrispondenti – inevitabilmente – alla pluralità dei saperi che sono stati coinvolti. I risultati di tutto questo sono – naturalmente – l’incapacità di decidere in tempi ragionevoli, il ritardo già accumulato nella preparazione culturale, sociale, politica e tecnica della fase 2, l’evidente vuoto decisionale che le regioni tentano disordinatamente di colmare accrescendo la confusione istituzionale che ha già ampiamente caratterizzato i mesi pandemici che abbiamo sin qui vissuto. Strano è che nessuno abbia immaginato quanti e quali danni produca la malattia comitologica. Basterebbe volgere lo sguardo, sia retrospettivo sia prospettico, nei confronti di chi è storicamente affetto da tale patologia. L’Unione europea è, infatti, notoriamente il luogo della superfetazione comitologica. Altrettanto notoriamente è sempre più il luogo dell’indecisione politica quando, di fronte a circostanze che, al contrario, richiederebbero proprio una netta direzione politica, si agisce sulla base di fattori, orientamenti e interessi che non si elaborano sul piano politico.

Giungiamo così alla seconda questione. Esprimiamola brutalmente: affermare che la costruzione di una burocrazia comitologica produca (e sia figlia di) un’incapacità di decidere politicamente, non significa che, alla fine, non si decida. Al contrario, così come l’esperienza più recente dell’Ue dimostra, significa che le decisioni non sono assunte nei luoghi politici né dai soggetti politici democraticamente legittimati ad assumerle. Dunque, constatare l’assenza del decisore politico non equivale ad affermare l’assenza della decisione. Oggi, in vista della riapertura, l’esasperazione comitologica rischia di determinare un’indecisione politica che verrà verosimilmente colmata da decisioni dettate da interessi non immediatamente politici, espressi dalla pletora di tecnici che affianca il decisore politico. Per evocare una categoria impegnativa, ciò che si constata è l’assenza del sovrano. Di colui (in senso figurato) che decide in maniera eminentemente politica affermando una specifica interpretazione dell’interesse generale.

Ma si tratta di una novità? L’assenza del sovrano, che in una democrazia è il popolo rappresentato nelle istituzioni che decidono in nome dell’interesse generale, si nota soltanto adesso, in occasione della necessità di gestire gli effetti della pandemia? O, in realtà, oggi si nota di più perché viviamo una situazione limite che, come tale, consente di cogliere con chiarezza ciò che da tempo accade? A ben vedere, il sovrano assente è l’emblema del progressivo processo di arretramento del piano politico rispetto a quello tecnico-economico. Il sovrano non è assente soltanto nei singoli stati nazionali – da qui, e anche da altro, l’evidente miopia dei sovranismi del nostro tempo. Il sovrano è assente a livello continentale e regionale (vedi l’Unione europea). Il sovrano è assente soprattutto a livello globale, dove più che in altri luoghi sarebbe necessaria la sua presenza, vista la portata sempre più universale delle questioni che incidono sulla vita quotidiana di ciascuno di noi. La crisi scaturita dal Coronavirus non fa altro, dunque, che rendere straordinariamente evidente un processo che è da tempo in pieno svolgimento. Gli interessi globali di natura economica, che si presentano attraverso volti, posture e linguaggi tecnico-scientifici, sono saliti sul palco scalzando la politica e la sua tradizionale pretesa di organizzazione e direzione sociale.

Ci si potrebbe allora chiedere: siamo di fronte a un nuovo sovrano? Non credo. All’apparenza, siamo di fronte a interessi particolari che condividono una medesima forma mentis: quella del pensiero come calcolo. Interessi che si fondano, cioè, sulla pretesa di potere calcolare tutto (la vita, la salute, la malattia, la morte, la vulnerabilità e l’invulnerabilità) riducendo le nostre storie e le nostre aspirazioni, e quindi i nostri diritti, a dati anonimi, ad aggregazioni calcolabili (lavoratori a rischio basso, medio o alto, giovani, meno giovani, over 65). Interessi che, a volte, per pura convenienza, possono convergere. Interessi che sono sempre animati – siano essi espressione, ad esempio, della speculazione finanziaria o dell’industria tecnologica – dallo scopo strutturale della tecnica, ovvero il suo stesso potenziamento. Anche in questo caso, infatti, non occorre leggere Heidegger, Anders o Severino per comprendere quanto è già evidente vivendo nell’era della tecnica avanzata. E cioè che essa è mossa non da fini prefissati, bensì dalla logica interna di un auto-potenziamento sempre più accelerato dai risultati raggiunti.

Quando, come avviene nello scenario globale, la logica della tecnica si incarna nella teoria e nella prassi dei soggetti economici portatori di interessi particolari, è messa in discussione l’idea stessa dell’azione politica a servizio dell’uomo. Prevale una prassi in cui l’uomo è sempre più al servizio di una tecno-scienza economicamente caratterizzata. Si tratta di un processo che rende progressivamente impensabile la possibilità stessa di assumere decisioni politiche in nome dell’interesse generale. In nome, cioè, di un interesse non calcolabile, non definibile, su cui non si possono fare previsioni e investimenti economici, perché riposa sulla sensibilità e sulla fallibilità dell’uomo; sulla sua capacità di tenere conto della ricchezza, dell’unicità e delle aspirazioni di ciascuno, e della necessità di farle convivere nel rispetto di tutti. Il potere politico può, e non è detto che lo faccia, esprimere questa necessità. Tale necessità, invece, non può essere fatta propria dal potere tecnico-economico. Ecco perché, alla scomparsa del sovrano politico sembra, da tempo, corrispondere esclusivamente il potere. Informe, più o meno visibile, più o meno anonimo.

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