Calenda e la distopia del gigantismo museale

Ci sono temi che, quando riemergono dal loro percorso carsico, mi causano un po’ di fastidio e anche una certa preoccupazione. Mi riferisco, nel caso specifico, alla proposta del candidato sindaco di Roma Carlo Calenda di «accorpamento dei musei romani» apparsa in un’intervista sul Messaggero lo scorso 18 giugno. Va dato a Calenda il merito di essersi soffermato su temi che non sembrano essere proprio al centro del dibattito in questo lungo prologo di campagna elettorale. L’idea, in effetti, non è di accorpare tutti i musei di Roma ma “solo” di creare un unico grande – necessariamente grande – «… museo nazionale romano che metta insieme tutte le collezioni, come è stato fatto al Louvre».

Io lo so che esistono idiosincrasie professionali e una di quelle di chi si occupa di beni culturali è quella nei confronti di affermazioni come “facciamo come al Louvre” (c’è anche quella secondo la quale in Italia ci sarebbe il 70 per cento dei beni culturali, ma è un’altra storia). Conoscendo i vizi, oltre che le virtù, di archeologi e storici dell’arte, so che certe ipersensibilità andrebbero curate ma mi dico anche che se ormai l’opinione pubblica ammette diffusamente che lo chef televisivo di turno debba fare una scenata se il fondente per mousse è al 75 e non all’80 per cento, si potrebbe anche tollerare che uno storico dell’arte antica si secchi se si parla a sproposito di musei nazionali ed esteri.

Perché la condizione irrinunciabile per fare come il Louvre è essere disposti a tirar fuori circa 100 milioni l’anno di finanziamento pubblico. Ma invece l’idea di Calenda sarebbe di accorpare questo grande museo nazionale romano negli edifici del Campidoglio, liberati da uffici, Assemblea Capitolina e anche degli uffici del sindaco (e io, scusate, mi domando dove li metteremmo). E che, per evitare che Ministero della Cultura e Comune litighino, questo grande, grandissimo museo potrebbe agevolmente essere accordato alla guida statale che, forse, dovrebbe anche accollarsene i costi. Io mi rendo conto che in una mezza colonna di intervista su un quotidiano non si può esplicare il programma culturale di un candidato sindaco di Roma e che la necessaria sintesi a volte può trasfigurare un pensiero. Ma credo ci siano alcuni errori di fondo in quel progetto. Che, forse, al momento è solo un’idea.

Parto da «facciamo come il Louvre». In estrema sintesi – di cui i miei amici museologi mi dovranno perdonare – va detto che il Museo del Louvre non origina dall’accorpamento di musei preesistenti. Il suo nucleo originario corrisponde al gabinetto dei dipinti e dei disegni di Sua Maestà (intesa qui come istituzione), insomma la collezione privatissima del re, fatta di opere commissionate, comprate, ricevute in dono e in alcuni casi razziate. E, peraltro, quelle opere non è che fossero necessariamente collocate al Palazzo del Louvre, visto che per almeno un secolo il re e la corte vivevano a Versailles. È solo con la Rivoluzione che il Museo Centrale delle Arti della Repubblica prende sede nella Grande Galerie in cui erano esposte la ex collezione reale e opere provenienti da enti religiosi nazionalizzati.

E neanche si può definire accorpamento la campagna napoleonica di spoliazioni e acquisizioni, ai danni dei paesi occupati, di opere destinate al Louvre (che solo in parte, dopo la caduta di Napoleone, tornarono nelle loro collocazioni originarie). Insomma, per fare come il Louvre, dovremmo prima tagliare la testa a un re e poi invadere mezza Europa. Poi, con la massima apertura mentale di cui sono capace, potrei anche immaginare un enorme museo archeologico sul Campidoglio che accolga le opere di Palazzo Massimo, di Palazzo Altemps, del Museo delle Terme di Diocleziano e, ovviamente, dei Musei Capitolini (che peraltro sono già l’accorpamento del Museo Capitolino con la Pinacoteca, come la parola “musei”, e non “museo”, suggerisce).

Si tratterebbe, in effetti, di un museo enorme, possente, pieno zeppo di opere, di busti, statue, frammenti, opere in bronzo, marmo, di iscrizioni, monete, dipinti, oggetti d’uso. Uno di quei musei che sai quando entri e non sai quando esci. Uno di quei musei in cui si fa la fila fuori per ore per entrare, anche se si prenota prima. Uno di quei musei con tanta gente che si affolla – in questo caso proprio come al Louvre – di fronte a qualche manciata di opere carismatiche e che percorre velocemente e distrattamente lunghi corridoi di busti, iscrizioni e statue acefale. Perché un enorme museo archeologico sconta proprio questo problema: poche opere integre, perfettamente leggibili e molti frammenti che, per un pubblico di massa in cerca di meraviglie, sono sostanzialmente indistinguibili e indecifrabili.

Insomma, io temo davvero che chilometri di beni archeologici possano essere noiosi e poco attraenti proprio per i turisti. E questo anche senza andare a disturbare gli storici del collezionismo e le loro comprensibili ubbie sullo smembramento e ricomposizione di collezioni storicizzate. Perché le tre sedi del Museo Nazionale Romano non sono esattamente piccolissime. Palazzo Massimo si estende per quattro piani, palazzo Altemps per un paio e neanche il Museo delle Terme è esattamente un monolocale (per tacere del fatto che l’edificio ha uno straordinario interesse archeologico di per sé). Insomma, più che un grande museo, ne uscirebbe fuori un museo monstre, faticoso, dispersivo, difficile da allestire.

Basti dire che a Palazzo Massimo si è dovuto creare uno spazio apposito per accogliere i meravigliosi affreschi del ninfeo della Villa di Livia “ad Gallinas Albas” che dovrebbe essere riprodotto dentro i complessi e fragili spazi capitolini. E senza trascurare che, come ho accennato, i Musei Capitolini sono fatti anche della Pinacoteca la quale, secondo il medesimo principio dell’accorpamento, dovremmo trasferire a Palazzo Barberini insieme alla Galleria Borghese (che gli dei del Patrimonio Artistico mi perdonino per aver concepito questo pensiero!). E del Museo della Centrale Montemartini, poi, cosa ne faremmo? Ripeto, non è impossibile. Ma è utile, è giusto? Serve alla conoscenza del patrimonio culturale, al miglioramento della conoscenza del patrimonio? Perché, e lo dico con pacatezza, non comprendo l’affermazione per cui «i turisti di tutto il mondo devono venire a Roma sapendo che potranno vedere questo grande museo unificato […] tutto al Campidoglio». L’idea è che dobbiamo aiutare i turisti a sbrigare in fretta la pratica “visita archeologica”? O che dobbiamo evitare di farli girare per la città, e che quindi rarefare e distribuire la pressione turistica in un’area molto più ampia della città non è più un progetto da perseguire? E credo che, a prescindere da quello che è comodo per i turisti, sarebbe bene domandarsi prima: serve a Roma? Serve ai suoi cittadini? È utile, è giusto?

Se dovessi, in piena libertà, immaginare un’utopia, penserei a musei e spazi espositivi distribuiti e immersi in tutta la città, capaci di raccontare luoghi che crediamo privi di storia e di identità. Perché se è vero che i Fori, l’area archeologica centrale, è un sito straordinario noto in tutto il mondo, l’archeologia romana non sono solo i Fori: ci sono la villa dei Quintili e il Parco dell’Appia, la negletta Porta Maggiore e il Tempio di Minerva Medica, Villa Gordiani e il Parco degli Acquedotti, l’Area sacra di Piazza Argentina e il Monte dei Cocci a Testaccio, ci sono le mura, le Porte, c’è la Piramide Cestia, ci sono incredibili siti archeologici alle porte di Roma (Gabi ad esempio), c’è quel capolavoro che è Ostia Antica. Biglietto unico dei musei romani (almeno di tutti quelli pubblici), navette elettriche che colleghino musei e i siti culturali, anche e soprattutto quelli più periferici, servizi, apparati di segnaletica che mettano in valore luoghi meno noti, accoglienza professionale, controlli sull’abusivismo (ma su quello vero). E casomai la nascita di un centro di documentazione dell’archeologia romana in cui cittadini, studenti e turisti siano guidati dentro la città antica, che riannodi i fili pendenti di tanti frammenti di città antica difficilissimi da ricongiungere se non si è degli esperti.

Come scriveva Argan: «Roma è una città interrotta perché si è cessato di immaginarla, e si è incominciato a progettarla (male)». Immaginiamola allora, caro candidato, cari candidati, prima di progettarla, invece di progettarla. Immaginiamo di vivere nei luoghi che proponiamo, di percorrere i musei che proponiamo. E poi ne riparliamo.

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