Dieci anni di cattivi propositi (2003-2013)

Fine anno, tradizionalmente, è tempo di bilanci e di buoni propositi. Il bilancio di questo terribile 2013 non è però di quelli che mettono allegria e a spulciarne le voci ci ispirerebbe probabilmente propositi e sentimenti poco in armonia con lo spirito natalizio. Del resto, sulla grande stampa internazionale, l’approssimarsi del 2014 è stato già salutato con lunghe rievocazioni della Prima guerra mondiale, di cui questa estate ricorrerà il centesimo anniversario. Noi preferiamo però ricordare, con la data di oggi, un anniversario più prossimo e decisamente meno lugubre: il nostro decimo compleanno.

Sulle ragioni che ci spinsero a fondare una rivista di battaglia politica tre giorni prima di Natale, il 22 dicembre del 2003, si potrebbe parlare a lungo. Non lo faremo, in primo luogo perché di quelle ragioni, per quanto ci sforziamo, a dieci anni di distanza, non ce ne viene in mente neanche una. E in secondo luogo perché, se anche qualche ragione plausibile ci venisse in mente, temiamo offrirebbe materia più per l’analisi freudiana che per l’analisi politica. E il Natale è notoriamente il periodo meno indicato per addentrarsi nei più oscuri recessi della mente. Preferiamo dunque tenerci più sulla superficie delle cose che abbiamo fatto in questi dieci anni. Una superficie forse oggi un po’ impolverata, lo ammettiamo, ma speriamo anche meno polverosa di quello che vorrebbero i nostri critici.

Quando siamo partiti, si era appena cominciato a parlare di Partito democratico. Intendiamo: si era appena cominciato a parlarne seriamente, con la concreta proposta di unificare Ds e Margherita, e infatti quelli che da anni ne parlavano non seriamente come di un cartello elettorale acchiappatutti (cioè l’esatto contrario di un partito) erano contrari. Va detto che il progetto, bollato come “fusione fredda”, fu subito e unanimemente giudicato fallimentare e senza futuro. In compenso, l’idea di un grande contenitore all’americana che annullasse al suo interno tutto ciò che restava dei vecchi partiti (leggi: l’odiato apparato ex-comunista) di estimatori ne aveva parecchi, nel mondo della comunicazione e non solo.  Insomma, pur essendo a parole tutti convinti sostenitori di un partito democratico, a favore di quel concreto progetto politico che in Italia si proponeva di farlo nascere non c’era praticamente nessuno. Quel progetto era infatti accusato da sinistra di rinnegare un grande patrimonio di ideali e di storia, da destra di non farlo abbastanza.

Siccome un luogo per discutere di quella scelta apertamente, senza cento subordinate e mille retropensieri, di fatto non c’era, decidemmo di costruircelo da soli. Come continua la storia, a questo punto, lo sapete già: per superare tante resistenze ci vollero quasi cinque anni, al traguardo si arrivò esausti e il risultato alle elezioni del 2006 fu quello che tutti ricordano. Un colpo le cui conseguenze sarebbero state, come si suol dire, di lungo periodo. Conseguenze che del resto il nostro esperto di ciclismo avrebbe facilmente previsto – pur parlando, s’intende, soltanto di ciclismo – in un articolo dal titolo: Romano Prodi e il Fiandre del ’94.

Nel frattempo, l’esito di tanti passi falsi e contraddizioni nel dibattito interno era non meno schizofrenico: il progetto del partito riformista veniva inaugurato nel 2007 in nome del progetto politico opposto, con il lessico e le categorie di un partito-coalizione che alle elezioni si sarebbe presentato da solo, non per ricostruire la democrazia parlamentare della Costituzione ma per impiantarvi un sistema bipartitico sul modello americano. Per capire l’aria che tirava, sarebbe bastato un minimo di competenza nel campo delle canzonette e delle relazioni sentimentali, come spiegato per tempo dalla nostra esperta in materia nel pezzo intitolato non per caso: La costruzione di un amore. Figurarsi se ci voleva un indovino per capire come sarebbe andata a finire quando il Pd annunciò la sua scelta di presentarsi da solo al voto del 2008. Bastava intendersi almeno un pochino di film dell’orrore e della loro più classica dinamica, come dimostrò qui Serena La Rosa nella sua acuta analisi: Veltroni contro i velociraptor. Insomma, era chiaro sin dall’inizio che sarebbe finita un po’ come finiva sempre quando Chiappucci diceva: Yes, I can. Male. E tuttavia sei anni, tre segretari e diverse sconfitte dopo, eccoci di nuovo qui: a doverci confrontare più o meno con gli stessi problemi del 2007. Tutto è cambiato e tutto è rimasto, apparentemente, com’era prima.

Alla fine del 2003 il mondo, però, era parecchio diverso. Alla Casa Bianca c’era George W. Bush e il tema fondamentale della politica americana non era la riforma della sanità, ma la guerra in Iraq. Il segretario alla difesa Donald Rumsfeld divideva sprezzantemente l’Europa in “nuova”, i paesi schierati con gli Stati Uniti, e “vecchia”, il fronte che si opponeva, guidato da Francia e Germania. Per un lungo momento una nuova cortina di ferro sembrò tornare a dividere il mondo, con tutti i classici accompagnamenti del caso, anche nel cinema. In quella come in tante altre battaglie di questi dieci anni ci siamo buttati, naturalmente, con tutte le ingenuità, la presunzione e le inutili circonlocuzioni di cui siamo stati capaci, sposando acriticamente idee che ora forse ci vergogneremmo a ripetere e denunciando con foga macchinazioni cui oggi parteciperemmo volentieri. Anche noi abbiamo cominciato difendendo il bipolarismo e il maggioritario, invocando una certa declinazione vagamente blairiana della modernizzazione necessaria alla sinistra e all’Italia, criticando tanti luoghi comuni e ripetendone moltissimi altri. A volte ce ne siamo rimasti in sonno per mesi, un anno abbiamo anche ufficialmente chiuso i battenti, ma ogni volta alla fine ci siamo convinti che non era ancora il momento giusto per smettere di litigare. Abbiamo pronunciato solenni endorsement a favore di Pippo Inzaghi, decretato la morte di Pretty Woman, fatto declamare al direttore dell’Istituto Gramsci un’aperta apologia del catenaccio. E sicuramente, con l’andare del tempo e l’avanzare dell’età, faremo pure di peggio.

La nostra piccola ossessione era sempre però la stessa: l’idea di una perduta autonomia politica e culturale. Lo spettacolo desolante di una sinistra che sempre più spesso delegava le analisi politiche ai sondaggisti, la propaganda ai programmi televisivi e la strategia agli editorialisti. Insomma, su alcune cose non abbiamo cambiato idea, continuando a sederci ostinatamente dalla parte del torto. Lo abbiamo fatto quando tutti i giornali, anche a sinistra, imbastivano la campagna contro le Cooperative e la tentata scalata di Unipol a Bnl (che solo oggi, nel silenzio imbarazzato dei tanti accusatori di allora, i giudici hanno sollevato da ogni sospetto). Lo abbiamo fatto quando, poco dopo, da quegli stessi pulpiti cominciava la campagna contro la “casta”, che tanti bei risultati avrebbe prodotto negli anni a venire. E ancora quando si teorizzava, persino nel Pd, che il liberismo fosse “di sinistra”.

Non è stato sempre facile, né sempre conveniente. Per questo nel momento del nostro decimo compleanno non possiamo che ringraziare tutti quelli che hanno contribuito con le loro idee, i loro articoli, il loro entusiasmo: tante persone che all’inizio spesso nemmeno si conoscevano, talvolta individuate dal loro blog (sì, dieci anni fa c’erano ancora i blog). Senza di loro non sarebbe mai esistito niente del genere. E naturalmente non possiamo non ringraziare voi che ci leggete e tutti quelli che oltre a leggerci qui hanno deciso di abbonarsi alla rivista cartacea, aiutandoci a trasformare anche quest’ultima pazzia in un piccolo miracolo.

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