Presente e futuro

Il pensare agli accadimenti futuri è l’unico modo in cui possiamo giudicare del presente: è questo l’unico modo di valutare il suo significato. Senza una siffatta proiezione non ci potrebbero essere progetti né piani per governare le energie presenti, per superare i presenti ostacoli […]. La dominante preoccupazione intellettuale del futuro è il modo mediante il quale si raggiunge l’efficienza nel trattare il presente. È un mezzo, non un fine. E, anche nella più rosea delle prospettive, lo studio e il progettare sono più importanti per il significato, cioè per l’arricchimento di contenuto che essi conferiscono all’attività presente, di quanto non lo sia l’accrescimento del controllo che essi effettuano […]. Il futuro che si […]

Comprendere una poesia

Noi parliamo del comprendere una proposizione, nel senso che essa può essere sostituita da un’altra che dice la stessa cosa; ma anche nel senso che non può essere sostituita da nessun’altra (non più di quanto un tema musicale possa essere sostituito da un altro). Nel primo caso il pensiero della proposizione è qualcosa che è comune a differenti proposizioni; nel secondo, qualcosa che soltanto queste parole, in queste posizioni, possono esprimere. (Comprendere una poesia). Dunque qui «comprendere» ha due significati differenti? – Preferisco dire che questi modi d’uso di «comprendere» formano il suo significato, il mio concetto del comprendere. Perché voglio applicare «comprendere» a tutte queste cose. Ma com’è possibile, in quel secondo caso, […]

La storia al servizio della vita

La storia, intesa come pura scienza e divenuta sovrana, significherebbe una specie di chiusura e di bilancio della vita per l’umanità. Invece l’educazione storica è qualcosa di benefico e che dà speranza per il futuro solo in conseguenza di un forte e nuovo flusso vitale, per esempio di una cultura in divenire, cioè solo quando viene dominata e guidata da una forza superiore, e non quando essa stessa domina e guida. La storia, finché è al servizio della vita, è al servizio di una forza non storica e così, in tale dipendenza, non potrà né dovrà mai divenire pura scienza, come è per esempio la matematica. Ma la domanda fino a che punto la […]

Cristiani fuori dalla Chiesa

Quando leggo il catechismo del Concilio di Trento, mi sembra di non avere nulla in comune con la religione che vi è esposta. Quando leggo il Nuovo Testamento, i mistici, la liturgia, quando vedo celebrare la messa, sento con una sorta di certezza che questa fede è la mia, o più esattamente che sarebbe la mia se non ne fossi allontanata dalla mia imperfezione. (…) Se questi pensieri sono veramente incompatibili con l’appartenenza alla Chiesa (…) non vedo come io possa evitare di concludere che la mia vocazione è essere cristiana fuori dalla Chiesa. (Simone Weil, Lettera a un religioso) a cura di Massimo Adinolfi

Il principio vicario

Se rinuncio alla mia ragione, non ho più guide: occorre che io adotti, da cieco, un principio vicario, e che supponga la sostanza delle questioni. Smarrito in una foresta immensa durante la notte, ho soltanto una piccola luce per condurmi. S’appressa uno sconosciuto che mi dice: “Amico mio, soffia sulla candela per trovare meglio il tuo cammino”. Questo sconosciuto è un teologo. (Denis Diderot, Aggiunta ai pensieri filosofici) a cura di Massimo Adinolfi

Le basi dell’obiezione di coscienza

L’ obiezione di coscienza non è necessariamente basata su principi politici; essa può essere fondata su principi religiosi o di altro genere, a seconda dell’ordinamento costituzionale. La disobbedienza civile è un appello a una concezione di giustizia condivisa dalla comunità, mentre l’obiezione di coscienza può avere altri motivi. Ad esempio, assumendo che i primi cristiani non avrebbero giustificato il loro rifiuto di osservare i riti religiosi dell’impero per ragioni di giustizia, ma semplicemente perché erano contrari alle loro convinzioni religiose, la loro protesta non sarebbe stata politica […]. L’obiezione di coscienza può tuttavia essere fondata su principi politici. Ci si può rifiutare di rispettare una legge se si pensa che essa è tanto ingiusta […]

L’opposto della libertà

L’ opposto della libertà non è la costrizione. Infatti anzitutto il decorso degli eventi secondo la teleologia di una legalità organica non può definirsi costrizione, per l’assenza, appena sottolineata, di una tendenza contraria intrinseca. Inoltre, solo l’essere in qualche modo libero può essere costretto; e dire che le cose naturali, governate dalle leggi di natura, sono costrette a comportarsi in questo o quel modo è un’espressione antropomorfica senza senso. Il loro comportamento non è che assolutamente reale; e il fatto che oltre a ciò sia anche necessario, nel senso di una costrizione qualsiasi, introduce in esse un principio o una possibilità di resistenza che è tipicamente umana. L’opposto della libertà è piuttosto la teleologia. […]

Le pareti della nostra gabbia

La mia tendenza e, io ritengo, la tendenza di tutti coloro che hanno mai cercato di scrivere o di parlare di etica o di religione, è stata di avventarsi contro i limiti del linguaggio. Quest’avventarsi contro le pareti della nostra gabbia è perfettamente, assolutamente disperato. L’etica, in quanto sorge dal desiderio di dire qualcosa sul significato ultimo della vita, il bene assoluto, l’assoluto valore, non può essere una scienza. Ciò che dice non aggiunge nulla, in nessun senso, alla nostra conoscenza. Ma è un documento di una tendenza nell’animo umano che io personalmente non posso non rispettare profondamente e che non vorrei davvero mai, a costo della vita, porre in ridicolo. (Ludwig Wittgenstein, Conferenza […]

Dio come deus ex machina

Le persone religiose parlano di Dio quando la conoscenza umana (qualche volta per pigrizia mentale) è arrivata alla fine o quando le forze umane vengono a mancare – e in effetti quello che chiamano in campo è sempre il deus ex machina, come soluzione fittizia a problemi insolubili, oppure come forza davanti al fallimento umano; sempre dunque sfruttando la debolezza umana o di fronte ai limiti umani ; questo inevitabilmente riesce sempre e soltanto finché gli uomini con le loro proprie forze non spingono i limiti un po’ più avanti, e il Dio inteso come deus ex machina non diventa superfluo […]. Io vorrei parlare di Dio non ai limiti, ma al centro, non […]

Piacere e cadavere

Qui la moda ha aperto la piazza di trasbordo dialettica fra donna e merce – fra piacere e cadavere. La sua commessa lunga e allampanata, la morte, misura il secolo a cubiti, facendo ella stessa da mannequin per risparmiare e dirigendo di propria mano quella svendita che in francese si chiama «révolution». Poiché la moda non è mai stata nient’altro che la parodia del cadavere screziato, la provocazione della morte attraverso la donna e un amaro dialogo sottovoce con la putrefazione, fra stridule risate ripetute meccanicamente. Questa è la moda. Perciò cambia così in fretta; solletica la morte e, quando questa si volta verso di lei per colpirla, essa è già diventata un’altra, nuova. […]